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Radio Frailes Mínimos - Bogotá
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Sobre Padre Durych
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P. VENCESLAO FORTUNATO DURYCH, O.M. E LA RISCOPERTA DELL´EREDITÀ SPIRITUALE DEI SANTI CIRILLO E METODIO
Se il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha detto che l´Europa respira con i due polmoni, rappresentati da San Benedetto e dai santi Cirillo e Metodio, è certamente degno e giusto ricordarsi sulle soglie del Quinto Centenario della morte di San Francesco di Paola e di fronte alle prime vocazioni minime di rito orientale, provenienti dall´Ucraina, che fu proprio un Minimo boemo, duecento trenta anni fa, a presentare il primo studio sulla traduzione cirillometodiana della Sacra Scrittura in lingua paleoslava al mondo occidentale ed a riscoprire la loro eredità spirituale.
Venceslao Michele Fortunato Durych è nato il 28 settembre 1735 a Turnov, in Boemia orientale. Dopo gli studi al liceo di Kosmonosy (1746-49) e Slaný (1749-50) entrò bel settembre 1751 nel Noviziato dell´Ordine dei Minimi di S. Francesco di Paola nel convento di Tachov, ove fu ordinato sacerdote nel 1758. Svolse l´ufficio di Lettore della Sacra Teologia e delle lingue orientali allo Studio generale dell´Ordine a Vienna, da dove fu trasferito nel 1765 a Monaco (München) in Baviera, dove pubblicò la sua prima opera, dedicata alla grammatica della lingua ebraica, Dissertatio philologica de vocibus Hhamartimím et Belahatchem; Exod. VII.11. Già al tempo del suo soggiorno a Monaco fu indirizzato dal bibliotecario A.F. Oefle agli studi storici della cultura slava. Nel 1767 fu trasferito nel convento di S. Salvatore nella Città Vecchia di Praga, ove svolse per alcuni anni l´ufficio del secondo Lettore e per tre anni fu anche il Vicario della Provincia germano-boemo-ungarica dell´Ordine dei Minimi. A Praga pubblicò nel 1771 l´opera De originibus templi Salvatoris et monasterii patrum minimorum S. Francisci de Paula Veteris Pragae. A Praga è diventato amico di Francesco Martino Pelzel, professore della lingua e letteratura ceca all´Università di Praga, con il Rettore del Collegio praghese dei Fratelli delle Scuole Pie, Gelasio Dobner, famoso storico, come il suo confratello Nicola Adaukt Voigt, il quale diventò in seguito professore di storia all´Università di Vienna, ma anche con il bibliotecario della biblioteca del monastero premostratense di Strahov, Carlo Raffaele Ungar, con il professore di storia Cornova, con il professore della statistica Giuseppe cavaliere Madr, e con il segretario della Società delle scienze e professore della geografia all´Università di Praga, Antonio Strnad. Ma l´amicizia la più stretta strinse con l´ex-gesuita Giuseppe Dobrovský (dagli anni 1778-1800 ci sono pervenute 88 lettere di Dobrovský a Durych e 75 lettere di Durych a Dobrovský, tutte scritte in latino). In seguito alla soppressione della Compagnia di Gesù (1773) P. Durych fu nominato l´esaminatore regio dell´Università Carlo-Ferdinandea di Praga per gli esami del greco, dell´ebraico ed in tutte le materie teologiche, ed era anche il sostituo del professore dell´ebraico. I suoi studi della filologia slava aprì nel 1777 con la pubblicazione dell´opuscolo De slavo-bohemica sacri codicis versione dissertatio (solo 56 pagine), nel quale ha presentato la storia e lo sviluppo della lingua paleoslava, descrisse l´alfabeto e la scrittura paleoslava, presentò l´elenco dei manoscritti, grammatiche e vocabolari paleoslavi ed anche delle antiche traduzioni della Sacra Scrittura in lingua ceca. Ha sostenuto però la tesi di una diretta continuità tra la produzione letteraria paleoslava e la nascente letteratura ceca, la quale in seguito non si è verificata. Quest´opera ha senza dubbio il merito di essere stata la prima a propugnare la necessità dello studio scientifico della lingua paleoslava e a presentare alla comunità accademica la scrittura paleoslava.
Su invito dell´Arcivescovo di Praga, Antonio Pietro conte Příchovský di Příchovice (1764-1793) e dell´Imperatrice Maria Teresa di Asburgo ha preparato, assieme noc il suo confratello P. Francesco Faustino Procházka, O.M. (1749-1809) la terza riedizione della cosidetta Bibbia di San Venceslao (Svatováclavská bible, chiamata anche la Bibbia imperiale) in ceco, la quale rispettava in maggior misura l´apporto della traduzione boema della cosidetta Bibbia di Kralice (Bible Kralická, opera protestante dei traduttori, appartenenti all´Unità dei Fratelli Boemi, Durych utilizzò l´edizione del 1603): il Nuovo Testamento fu edito già nel 1778, il Vecchio Testamento nel 1780. Dobrovský ha altamente apprezzato il trenore linguistico di questa traduzione, diffusa in seguito, con il sostegno finanziario da parte dell´Imperatrice Maria Teresa, in mille esemplari tra il popolo. La riedizione del Nuovo Testamento è stata pubblicata nel 1785, e l´anno seguente venne edito di nuovo il Nuovo Testamento, cui testo fu rielaborato da Francesco Faustino Procházka, O.M. su basi del testo greco.
Proprio il giorno del 49. compleanno di Durych, il 28 settembre 1784, fu soppresso il Convento di San Salvatore dei Minimi, situato alla Piazza della Città Vecchia di Praga. Al P. Durych fu assegnata solo una modesta pensione di 300 fiorini annuali. Si è rivolto perciò direttamente all´Imperatore Giuseppe II., chiedendo di poter proseguire i suoi studi slavi nella Biblioteca della Corte di Vienna, dove giunse alla fine di luglio del 1785. Nel 1788 ha scoperto in questa biblioteca il frammento del più antico Passionale, scritto in lingua ceca nel Duecento, la cosidetta Leggenda dei dodici Apostoli. Durante dieci anni di soggiorno a Vienna strinse nuove amicizie con il professore dell´Università di Vienna Zlobický, noc il professore della lingua ceca all´Accademia Militare Teresiana Werschauer, con il professore delle lingue orientali Bernardo Jenisch, noc il professore del greco Alter, con il numismatico Weinhofer e con il custode della Biblioteca di Vienna Stratmann. Altrettanto vasta era anche la sua corrispondenza con i più insigni rappresentanti degli studi slavi, Costantino Sabatovský di Leopoli (Lviv), l´Arcivescovo di Karlovac Stefano Stratimirovič, professore Adamo Baderič di Zagreb (Zagarbia), ed altri. In questi anni felici nasceva il progetto della seconda opera grande di Durych, Bibliotheca slavica antiquissimae dialecti communis et ecclesiasticae universae Slavorum gentis, la quale doveva descrivere in cinque tomi la cultura spirituale, ed in parte anche quella materiale, del mondo slavo dalle sue origini. Durych è riuscito di dare alla stampa solo il primo volume (396 pagine), edito nel 1795 dalla Tipografia slavo-serba di Stefano Novakovič a Vienna; il manoscritto del secondo volume è stato perduto e tuto il resto rimase solo schede abbozzate a mano. Dietro la raccomandazione del Consiglio di Stato e del ministro conte Rottenhan, Durych fu insignito per il suo lavoro scientifico dall´Imperatore Francesco I. di una medaglia d´oro.
Nel 1796 fu però soppresso anche il il Convento dei Minimi di Vienna e Durych si rivolse al Direttore della Biblioteca della Corte, barone van Swieten, chiedendogli di poter ottenerne, dopo l´undici anni del lavoro gratuito, il posto di un impiegato. La sua domanda fu non era esaudita, poiché van Swieten, uno dei principali fautori del febronianismo e delle „riforme“ illuministe, non amava né gli Slavi, né i Minimi, del tutto „inutili“ come religiosi contemplativi. Durych, profondamente desolato, scrisse perciò il 31 marzo 1796 a Dobrovský di voler ritornare nella patria. Comprò a Turnov per 330 fiorini da Dotea Rieger uan piccola casa, ascrivendola il 24 maggio 1796 al suo nipote Francesco Durych, e nell´agosto 1796 si è trasferito a Turnov. Anche se l´Imperatore gli ha attribuito il 30 aprile 1797, dietro la raccomandazione della Società delle Scienze, altri 200 fiorini annuali per la sua pensione, viveva in profonda miseria. Nonostante questo intervenne personalmente a Vienna nel 1789 per la riapertura della Chiesa della BV.Maria a Turnov e per l´apertura di un Liceo a Turnov. Nel 1800 fu colto dal primo colpo di apoplessia - Dobrovský gli scrisse il 12 ottobre: „Ammiriamo tutti la nobiltà e l´umiltà del tuo animo“. Morì il 31 agosto 1802; iol Consiglio municipale di Turnov ha dato in suo omaggio il 4 giugno 1889 al sobborgo, dove viveva, il nome „Durychov“. Non si è conservato alcun ritratto suo, ma Dobrovský ci ha lasciato una testimonianza più che convincente: „…era di aspetto bonario, la sua condotta modesta e la sua riservatezza lo facevano amare da tutti. Con il suo comportamento - direi verginale - suscitava in ognuno il rispetto, ed il suo cuore così delicato abbondava di gratitudine anche per l´aiuto più piccolo. Nessuno poteva essere più gentile, più disponibile e più servizievole verso i suoi amici, ma anche verso le persone sconosciute. Nemmeno il ricco più largo non riesce ad elargire dalla sua abbondanza tanto e con tanta gioia, quanto elargiva lui dai suoi tesori letterari - e non ne aveva altri. La sua cortesia ed umiltà gli aprivano strada dappertutto. Il suo sforzo di percepire e di raccogliere tutto ciò che potrebbe servire all´onore della nazione ceca era di netto contrasto con la massima di Orazio „Quid valeat humeri“. Quando ebbe più di quarant´anni, imparav com me l´arabo e presto ricercavamo le antiche iscrizioni ebraiche sulle tombe e studiavamo antichi manoscritti ebraici per la collezione delle varianti di Rossi. Soffriva di gotta, ma anche i dolori più acuti non gli potevano impedire di leggere e di scrivere. Con il suo insaziabile desiderio di conoscere ebbe una memoria straordinaria ed era costantemente molto laborioso. Gli incontri noc lui erano edificanti per ognuno e la sua vita innocente rimarrà indimenticabile a tutti che lo hanno conosciuto“. Tutta l´opera slavistica di Durych è permeata dallo spirito di apologia nazionale e linguistica, il suo patriotismo ardente si è rivelato anche nel manoscritto non compiuto dell´Apologia della lingua ceca, firmato „Vlastimil D.“ (Vlastimil significa „amante della patria“). Anche se il vero e proprio fondatore della slavistica in quanto scienza sistematica fu in seguito il suo amico e collaboratore Giuseppe Dobrovský, il P. Venceslao Fortunato Durych rappresenta anche oggi, sugle soglie del Quinto Centenario dalla morte di San Francesco di Paola, con il suo instancabile impegno scientifico e spirituale, e sopratutto con la sua massima „È più importante di seminare, invece di raccogliere“, la vera sfida per la nuova generazione dei Minimi slavi, boemi e ucraini.
P. Francesco E. Holecek, O.M.
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Libro sobre las Monjas Mínimas de Sor Mª Ángeles Martín
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UNA AGRADABLE SORPRESA: UN LIBRO SOBRE LAS MONJAS MÍNIMAS DE SOR Mª ÁNGELES MARTÍN
Las hermanas mínimas, desde sus clausuras, habían dado ya prueba de su capacidad de estudio, reflexión y comunicación. Ya en 1991 la Federación de Monjas Mínimas publicó un estudio sobre la Regla bajo el título de Líneas maestras de nuestra espiritualidad. Desde Paula en el año 2001 se editó una apreciable presentación de la propia identidad (Dove la carne non puó arrivare), entretejida de textos expositivos y testimoniales (¡qué lástima que no se publicase traducción al castellano!). En el año 2002 las mínimas de Triana nos ofrecían la obra histórica Mínimas ilustres de Sevilla. Cuatro años después veía la luz el libro de Sor Rocío González de la Aleja, de la comunidad de Daimiel, sobre Sor Consuelo Utrilla bajo el título ¡Quiero ser Santa! Últimamente las monjas de Paula publicaron el sesudo trabajo Fidelidad creativa, que la comunidad de Mora d’Ebre tradujo y la Federación editó el pasado año 2007. Recientemente se ha reeditado la obra Sonia, una muchacha que ha dejado huella, de Sor Mª Teresa Alonso, de la comunidad de Barcelona.
Ahora nos hemos visto agradablemente sorprendidos por la aparición de un sólido estudio de Sor Mª Ángeles Martín sobre las monjas mínimas (Le Sorelle dell’Ordine dei Minimi. Origini-Regola-Identità, Paula, 2008). Aunque la traducción española está ya en preparación, no hemos querido esperar para poner en conocimiento de los amigos de Estudios Mínimos esta obra, pues la consideramos muy valiosa. Emprendida como profundización y desarrollo de la ponencia que la religiosa mencionada presentó al Congreso de estudios sobre la Regla celebrado en Roma en marzo del 2006, esta obra se trata de un esfuerzo serio y meticuloso, deliberadamente apegado a los documentos.

El valor procede también de su originalidad. Sor Mª Ángeles no se ha limitado a repetir o sintetizar, sino que en su estudio aporta criterios propios que en todo momento intenta fundamentar debidamente. Nadie antes había profundizado tanto en los orígenes de la comúnmente, que no apropiadamente, llamada “Segunda” Orden mínima, en aquel grupo de mujeres que iniciaron su andadura en Andújar en casas del caballero ubetense Pedro de Lucena. Nadie había tratado de explicar, sea mediante convicciones claras o mediante hipótesis rigurosamente presentadas, el camino de institucionalización de las Hermanas de la Orden de los Mínimos con tanta dedicación como Sor Mª Ángeles lo hace en esta obra. Más todavía: nadie había hecho un estudio estructural tan estimable sobre la Regla mínima de 1506. La autora ha sabido presentar de forma magnífica el armazón de la Vida y Regla a partir del papel que juegan los participios de presente descriptivos y los verbos en imperativo prescriptivos. La labor de colegir de ahí la propia identidad es también una aportación admirable. ¿Será adecuadamente comprendida? La novedad comporta también sus riesgos.
Habrá sin duda afirmaciones de Sor Mª Ángeles que no serán (no son) compartidas, que suscitan interrogantes. ¿Es tan claro que las primeras mínimas se rigiesen con anterioridad a 1506 por una de las redacciones anteriores de la Regla de los frailes y no por la Regla de los terciarios? ¿No se acentúa demasiado la autonomía de las hermanas en el pasado, olvidando el verdadero poder jurisdiccional y no meramente protocolario que ejercían los Provinciales? Por sugerente que resulte conectar la clausura al consejo evangélico de la pobreza, ¿la mera colocación del párrafo vincula necesariamente la clausura a este consejo o bien puede perfectamente vincularse al conjunto de los tres? ¿Hay que entender tan extraordinariamente significativa la presencia del “pure” en el título del capítulo VIII al comparar la Regla de las hermanas con la de los frailes, si luego no hay un desarrollo diferenciado dentro del texto del capítulo? (Hay quien defenderá que es simplemente un elemento redaccional sin mayor trascendencia necesaria, como puede serlo el “perpetuo” que aparece en el capítulo V respecto a la pobreza evangélica en la regla de los frailes y no en la de las monjas, o el “perseveranter” en el párrafo final de la regla de las monjas ausente en la de los frailes).
Estos y otros interrogantes que pueda plantear la obra, no la desmerecen a nuestro juicio, sino que, por el contrario, dan cuenta del alto nivel discursivo con el que ha sido elaborada. Nos congratulamos, pues, por la aparición de este libro y esperamos que no tarde en ver la luz la traducción castellana.
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Un ejemplo de devoción marinera a San Francisco de Paula en Sitges (Barcelona)
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Mediante Breve Pontificio, San Francisco de Paula fue declarado en 27 de marzo de 1943 celestial Patrón de los marineros italianos. La relación de San Francisco con el mar se remonta al famoso milagro del paso del estrecho de Messina, tradicionalmente representado con el Santo y uno o dos compañeros navegando sobre el manto que hace la función de balsa y vela y con el bastón a modo de mástil. No importa demasiado que esta imagen popularmente transmitida concuerde poco con las únicas declaraciones que al respecto se hallan, dentro de la canonización de San Francisco, en el proceso complementario “calabrés”, las cuales parecen referirse a San Francisco “andando” sobre el mar. Además, siendo el más espectacular, no es el único prodigio marinero que conocemos del santo paulano. Otros nos vienen referidos por el mencionado proceso en su viaje hacia Francia en 1483.

El Breve Pontificio referido no deja de citar el lugar donde todavía hoy esta devoción marinera tiene su punto de referencia más importante: el Santuario de San Francisco de Paula de Génova. Cada año se celebra allí la fiesta del Santo con una misa solemnísima, a la que sigue una procesión de naves y la bendición de la gente del mar. Entre las muchas oraciones al Santo se ha popularizado grandemente, por su belleza y hondura, la oración de los navegantes a su patrón.
En España esta devoción marinera no ha estado ausente y la prueba la hallaríamos fácilmente consultando registros marítimos y dándonos cuenta del gran número de embarcaciones de toda clase que han llevado el nombre de “San Francisco de Paula”.
Aquí presentamos una muestra de esta devoción marinera. Se trata de la información que deja escrita un mínimo del siglo XVIII sobre la protección prestada por el santo a un devoto navegante de Sitges (Barcelona). Este devoto navegante se llamaba Josep Puig y era popularmente conocido como Po (de Josepó) d'en Jan; debemos agradecer esta precisión a Ignasi Mª Muntaner, del Centre d'Estudis Sitgetans. Todavía hoy en la Parroquia de Sant Bartomeu y Santa Tecla de dicha localidad costera se conserva el rastro de lo que el religioso nos transmite en su relato. Además, en torno a 1775 le fue dedicada al santo paulano una de las calles de la villa. El fraile narrador, fray Miguel Sagarra, que escribe desde Madrid en 1749 (había estado predicando allí en la fiesta de San Francisco de Paula celebrada aquel año en el convento de la Victoria), fue Corrector del convento de Barcelona en 1762 y en dos ocasiones Asistente Provincial. Participó, como comisionado de la provincia de Cataluña en dos Capítulos Generales de la Orden de los Mínimos: el Intermedio de 1768 y el ordinario de 1770, en el cual, debido a sus méritos, le fueron otorgados los honores, privilegios y exenciones de los ex-Provinciales.

Las dos hojas manuscritas por él que a continuación transcribimos se encuentran adheridas al ejemplar de la Regla rubricada de Francisco Xavier Higueras que se conserva en la Biblioteca Foral de Bizkaia (signatura R-2506):
“En la Villa de Sitges Obispado de Barcelona en el Principado de Cathalunya se halla en su Iglesia un Altar dedicado a N.P.S.Francisco de Paula cuia Imagen está pintada en un quadro arrodillado el Santo y la Virgen María con el Niño jesús en su alda entregándole el escudo de la Charida(d) y la Virgen le tira letche de sus sagrados petchos y también están pintados tres Religiosos que se lo están mirando y mutchos Ángeles unos con instrumentos músicos y otros etchando rosas, claveles, jasmines y varias flores. Este quadro es muy antiguo y de pintura fina de buen Maestro y de mutcho precio. Estaba arrinconado aunque quasi todo el año ardía delante de él una lámpara cuio aseite daban diferentes devotos. Y entre todos huvo un pobre moso llamado Joseph del Jan quien hiso voto que si el Santo suplicaba a Dios le diese bienes no se casaría hasta que le hubiese etcho un magnífico altar. Se embarcó y al paso que creció en edad también en bienes de fortuna porque tomó el oficio de Marinero y luego fue Patrón de un barco. Cumplió su voto y gastó en el Altar mil ducados. Se casó y le llenó el Santo de favores. Se celebra todos los años en su día una lucida fiesta con su sermón y horas canónicas. El Altar es privilegiado, arde la lámpara todo el año notche y día. Todos los días de fiesta mientras se canta la Misa conventual? Arden 6 velas y otros mutchos días de diferentes Santos se celebran en el Altar mutchas misas cantadas y resadas por la grande devoción que hay a N.S. Y ha obrado Dios por él mutchos milagros y entre todos el de el año pasado de 1746 y fue que navegando ditcho patrón en el Golfo de Valencia para Lisboa le fue al alcanse un javeque de moros. Y viéndose perdido y cautivo recurrió a su Patrón. Y tomando la Imagen de N.S. que estaba en la popa de su barco abrasado con ella se etchó en la lancha con todos los marineros sin más provisión que la confiansa que tenía en el Santo. Aunque parecía imposible el poder escaparse empesaron los Marineros a bogar y los moros en su alcanse, y aunque llegaron tan cerca que les disparaban mutchos fusilasos, recibieron mutchas balas sin hacerles algún daño. Bogaron catorse horas sin tomar el menor refresco, cosa al parecer imposible por ser fuera de las fuersas humanas, y al llegar a tierra se hallaron sin el menor cansancio. Y aunque los moros no desistieron de su pretención, de fatigados les dexaron. Dieron al Santo las divinas gracias y collocaron en su Altar una tabla con el suceso pintado para eternisar este milagro en aquel pueblo. De todo hay mutchos testigos y entre ellos yo que lo firmo, y escrivo en Madrid a los 4 de Agosto de 1749.
Fray Miguel Sagarra Mínimo de la
Provincia y Principado de Cathalunya”
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Marisa Azuara y la confusión sobre fray Boyl
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Del extraordinario rendimiento de la patata: a propósito de Marisa Azuara y su Christoval Colón…
Hace un tiempo, en el suplemento cultural de La Vanguardia, aparecía la crítica de una novela histórica al uso en la que unos personajes medievales, anteriores al descubrimiento de América, se sustentaban de patatas; “no más patatas”, clamaba el sufrido crítico literario, sin duda harto de tener que digerir novelas presuntamente históricas.
Muy a nuestro pesar hemos tenido que recordar aquella frase al leer el libro de Marisa Azuara, Cristóval Colón: Más allá de la leyenda. No quiero parecer ingrato. Lo sería a todas luces si olvidara que su autora dice reconocer mi “labor”. Tomémoslo por el lado de la benevolencia. Muchas gracias, Marisa. Pero, queramos o no, la verdad ha de estar por delante de la gratitud. Si algo nos parece erróneo, conviene aclararlo, venga de donde venga, aunque sea de la persona más benevolente y cortés del mundo.
No quiero entrar en la temática colombina. No sé fehacientemente dónde nació Colón, ni de dónde procedía su familia. Como desconocedor del tema, si tuviera que señalar necesariamente y sin escapatoria un lugar, marcaría la casilla de Génova, fiado en el parecer de eminentes historiadores. Por tanto, más allá del lugar común he de decir “no sé”. Y si alguien apunta a un origen catalán, balear, portugués, o sardo de manera medianamente sensata y bien argumentada, diré “tal vez”. Por tanto, no me meto en el tema de Colón. Pero sí me meto y me entrometo en el tema de fray Bernardo Boyl. Sobre el personaje Boyl se había llegado, tras una cadena de errores y distorsiones, a cierto nivel de serenidad. Y aquí Marisa Azuara nos ha querido colar una patata, aunque sea una patata complementaria al guiso principal. No hay ningún documento conocido y publicado que acredite una procedencia sarda del Bernardo Boyl que fue con Colón a América en 1493. Ninguno. Ciertamente nada sabemos sobre su familia. El único documento claro que tenemos sobre su origen se refiere al Zaidín aragonés. El entorno catalanoaragonés de Boyl es claro, desde su pertenencia al clero ilerdense a su traducción del De religione de Isaac del latín al “aragonés”, pasando por su labor de secretario del arzobispo cesaraugustano y su amistad con Pedro Zapata. El registro de la Cancillería de Juan II en el que aparece la mención de Bernardo Boyl dice “evidentemente” lo que dice, no lo que Marisa Azuara le hace decir. No nos detenemos en la presunta grafía latina de Cerdeña como Çaydina (?); basta señalar que en los documentos de la época y más en el contexto en el que se expide el registrado, Cerdeña puede ser un reino o una isla, pero difícilmente se la identificará con un locus, denominación más propia de lo que hoy llamamos (nótese la etimología) una localidad.
En fin, si para lograr un Boyl sardo se quieren formular hipótesis problemáticas sobre la identificación de la localidad mencionada en el registro de la Cancillería de Juan II, háganse. Pero por el Monteserrate siciliano no paso. No, Marisa, no. A tenor de la documentación, no hay la menor duda razonable de que la ermita de la Santísima Trinidad habitada por Boyl era la del Montserrat catalán; Boyl no fue benedictino ni abad, pero sí superior del grupo de los ermitaños del Montserrat de Cataluña. En este aspecto la documentación es clarísima, por más que la escritora se empeñe en embrollarla. El mayor tubérculo está todavía por arrancar. Se trata del disparate de cambiar los condados de Rosellón y Cerdaña, pignorados por el rey Juan a Francia, por Rosellón y “Cerdeña”. Nos ahorramos cualquier comentario, aunque imaginamos la irritación de los lectores medianamente instruidos en historia cuando vean que se les cree susceptibles de tragar tal tomadura de pelo.
La autora formula, además, otras afirmaciones inquietantes. De San Francisco de Paula se está celebrando el V Centenario de su muerte y, respecto a su familia, los historiadores más serios y sesudos sólo han podido establecer, después de que durante siglos prevaleciera la errónea tesis de que se apellidaba D’Alessio, que su verdadero apellido fue, según documentos coetáneos de plena fiabilidad, Martolilla, y que sus padres se llamaban Giacomo y Vienna. Marisa Azuara, en cambio, nos dice sin pestañear que Francisco de Paula era miembro de la nobleza valenciana (!).
Al parecer la obra Christóval Colón más grande que la leyenda es la primera entrega de una trilogía. O sea que habrá más, dicen: una novela histórica y otra de ficción. Si tuviéramos que juzgar por lo que se dice de Boyl, la continuación será más de lo mismo, pero ahora ya bajo apariencia de relato y con reconocimiento del carácter ficticio. Nos tememos seguir asistiendo a un ejercicio de desinvestigación y puzzle con trampa, a la facilidad de inventar, al desparpajo rentable de colarnos patatas.
Josep M. Prunés, O.M.
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Padre Leonardo, a los 25 años de su muerte
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En 1982 moría en Roma el P. Leonardo Mª Vittoria Esposito. Más de 30 años de su vida los pasó en el convento barcelonés de San Joaquín, dejando un óptimo recuerdo tanto entre los fieles que frecuentaban la iglesia conventual como entre los numerosos alumnos de la Escuela Apostólica de Barcelona.
Aunque sea brevemente, en Estudios Mínimos hemos querido recordar su figura.
Lo hacemos, de una parte, ofreciendo un breve esquema biográfico; de otra, publicando uno de sus textos manuscritos, ciertamente brevísimo (se trata de una postal), pero entendemos que altamente significativo de cómo entendía y practicaba Padre Leonardo su misión pedagógica y apostólica.

Perfil biográfico
Leonardo Esposito nació en Forío d’Ischia el 21 de diciembre de 1919, segundo de siete hermanos; fue bautizado tres días después en la iglesia parroquial de San Sebastián. La madre era muy devota de San Francisco de Paula, del cual existe un santuario (en el pasado ermita) en la misma población. El joven Leonardo ingresó en la Escuela Apostólica de Paula en 1935, revelándose como un alumno ejemplar, piadoso y disciplinado. Tras pasar un año en el convento de Cagliari, inició el noviciado en Paula en 1938, teniendo como Maestro al P. Francesco Gesualdo. Emitió la profesión simple el día 15 de octubre de 1938.
Completó estudios e hizo el bienio filosófico en los conventos de Nuestra Señora de la Stella (Nápoles) y de San Francisco de Paula ai Monti (Roma). El 2 de noviembre de 1942 llegó Barcelona formando parte del grupo de religiosos italianos destinado a España por el Corrector General Giacomo Tagliaferro. Seis días después emitió la profesión solemne. Cursó la Teología en el Seminario Conciliar de Barcelona. A su nombre añadió el de “Vittoria”, como prolongación del nombre y como una especie de apellido sustitutivo; era un modo de tomar el nombre de la Delegación en la que se estaba arraigando (la Delegación de la Orden en España lleva el nombre de Nuestra Señora de la Victoria) y de omitir el “Esposito”, sobre el cual había percibido un cierto matiz peyorativo en la España de los años cuarenta. En adelante, firmaría como Leonardo Mª Vittoria. Recibió en 1943 las órdenes menores y en 1945 el subdiaconado y el diaconado. El 16 de marzo de 1946 fue ordenado sacerdote en Badalona.
En octubre de 1946 fue nombrado Vicemaestro de la Escuela Apostólica, de la cual sería desde diciembre de 1950 Maestro y Director. Dos años después recibe el nombramiento de Superior local y en 1954 de Delegado General para España.
Aunque la promoción y la formación de las vocaciones constituirían su principal campo de actividad, tuvo también una responsabilidad especialísima en otros importantes cometidos como la colaboración prestada para la erección y puesta en marcha de la Federación de Monjas Mínimas. En mayo de 1970 fue elegido segundo Asistente generalicio. En 1973 fue trasladado a Italia. Fue Maestro de novicios en Roma hasta el verano de 1976, cuando se declararon los síntomas de una dolencia finalmente diagnosticada en el Hospital de San Pablo de Barcelona: una lesión tumoral de neurinoma, por la que tuvo que someterse a una delicada intervención quirúrgica en el Policlínico Platón con un complicadísimo postoperatorio. Pasó una larga convalecencia en la Casa de reposo San Camilo que regentan en Barcelona los Hermanos Misioneros de enfermos pobres. Regresó a Italia en 1977, pero con las capacidades ya muy limitadas. En 1980 tuvo que someterse a una nueva operación. Falleció el 4 de marzo de 1982.
Un escrito de P.Leonardo (tarjeta postal)

«Roma 22-XI-74
A los alumnos de VI C.
E.A. – Barcelona
Un "gracias" muy singular y afectuoso, a cada uno de vosotros – y, por extensión, también a los de VII y Coristas-; otro lazo de santa unión, espiritual y duradera, amigable y sincera.
También a vosotros deseo toda suerte de bienes: un gran amor a Jesús, una voluntad tenaz, una inteligencia penetrante, un corazón tierno, cortés, amable y amante de todo lo bueno…
Contad con mi oración y sacrificio y que pueda recibir siempre óptimas noticias.
Modernos, pero piadosos,
Abiertos, pero prudentes,
Educados, sin ficción,
Deportistas, sin vanos apegos,
Estudiosos, sin orgullo o envidia,
y…siempre la predilección por Jesús, María
Vuestro ex P. Maestro»
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Un película inhabitual
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Entre las sorpresas que nos ha deparado el V Centenario de la muerte de San Francisco de Paula cabe mencionar el film Vienna da Fuscaldo, Madre di San Francesco di Paola. Primer largometraje escrito y dirigido por Fabio Marra e interpretado en el papel de protagonista por Paola Scirchio, parece, a juzgar por el trailer, una película inhabitual en los tiempos que corren. Aunque rodada con medios limitados, se ha hecho el esfuerzo de recrear idealmente, siguiendo la línea hagiográfica marcada especialmente por la Vida de San Francisco atribuida a un discípulo anónimo, el ambiente familiar de sencillez, laboriosidad y religiosidad en el que se supone que nació y creció el fundador de los Mínimos.
Nada mejor que visionar el trailer para hacerse una idea; será difícil que el film llegue a nuestras pantallas.
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